Scabrosa e sorridente Betty

Sempre attribuite a Irving Klaw, le più note fotografie di Betty Page (per qualcuno e in altre documentazioni “Bettie Page”), quelle che ne hanno avviato il mito, furono invece scattate dalla sorella Paula. Me lo ha confessato lei stessa, in una tiepida serata di novembre, qualche anno fa, quando a New York si registra un sostanzioso ritorno di caldo estivo: noi definiamo quei giorni “Estate di San Martino”, negli Stati Uniti è l’“Estate indiana”.

Così, complice un clima favorevole, ma, soprattutto, merito di un buon vino italiano, che mi portai appresso per l’occasione, consapevole del suo palato raffinato, le parole tornarono indietro di decenni; con un ardito balzo temporale, i ricordi affiorarono dai primi anni Cinquanta. Quarant’anni e più furono superati in pochi istanti. Un’emozione palpitante per chi, come me, vive con il cuore cocciutamente rivolto indietro, proprio e soprattutto verso quegli anni Cinquanta, durante i quali la Fotografia (mio territorio esistenziale) ha realizzato e donato fantastiche immagini, insuperate monografie e avvincenti interpretazioni tecniche.

Senza soluzione di continuità, da Henri Cartier-Bresson (Images à la Sauvette) a William Klein (New York), a Robert Frank (The Americans), per limitarci al minimo indispensabile; e poi, su altro fronte, dalla Leica M3 alle Nikon a telemetro (la reflex Nikon F sarebbe arrivata a fine decennio), all’Hasselblad, alle Rolleiflex più belle, all’originaria Sinar. Ma anche alla fotografia a sviluppo immediato, polaroid in gergo e per tutti.

In tempi recenti, un film indipendente, che si è imposto nella stagione cinematografica statunitense del 2006, non riuscendo poi a ripetersi oltre i confini nazionali (in Italia è andato in onda soltanto attraverso il circuito delle pay-tv), ha dato merito a Paula Klaw, al suo essere stata fotografa capace di anticipare espressività visive che altri avrebbero abilmente messo a frutto, nei decenni a seguire. Così che, a margine e completamento di una fantasiosa e consenziente biografia cinematografica di Betty Page, il film The Notorius Bettie Page (regia di Mary Harron, su sua sceneggiatura scritta a quattro mani con Guinevere Turner; Gretchen Mol protagonista; Usa, 2005) ha rivelato e ufficializzato la distribuzione di ruoli all’interno dello studio fotografico al 212east della 14th street di New York City, ufficialmente indirizzato verso la produzione di Pin-up Photos, ma più esplicitamente interprete di una pornografia a buon mercato, svolta e proposta con adeguata ingenuità fotografica. Il titolare Irving Klaw gestiva l’infrastruttura, i rapporti commerciali, le vendite dirette e per corrispondenza e affrontava le controversie legali avviate dalla campagna moralistica dell’intransigente senatore Estes Kefauver. In sala di posa, Paula Klaw produceva immagini scabrose, destinate a un pubblico voglioso di erotismo esplicito; tra queste, rilevazione d’obbligo, sono sopravvissute soprattutto quelle di Betty Page (qualche altra modella potrebbe essere citata, ma nessuna raggiunge la sua straordinaria espressività).

Oggi, a distanza di sessant’anni, e in un clima ancora più lontano di quanto possa stabilire lo scorrere del tempo, non ci scandalizziamo, né impressioniamo, per una fotografa donna, non abbiamo più bisogno di sole figure maschili: l’erotismo visivo accetta oggi una parità allora impensabile e improponibile.

Tutto questo per affermare che la personalità di Betty Page, figura divenuta mitica e leggendaria all’indomani della sua repentina e improvvisa scomparsa dalla scena pubblica, è merito di un allineamento tutto al femminile, che possiamo addirittura definire complicità. Paula Klaw era tanto e talmente consapevole dell’immaginario maschile (per esperienza diretta?: a domanda specifica, non ha risposto, limitandosi a un sorriso compiaciuto), da mettere insieme sceneggiate fotografiche assai apprezzate. Oggi, per lo più avviciniamo queste fotografie con altro spirito e una sorta di imperturbabilità culturale, ma in cronaca venivano vendute in quantità consistenti, sia come stampe originali, sia pubblicate in giornalini a tema, proprio per l’esplicita raffigurazione erotica, spesso condita di deviazioni verso il bondage, la sottomissione.

Tra gli anni di New York, presso lo studio di Irving e Paula Klaw, e l’esilio volontario, all’indomani del paginone centrale su Playboy, del gennaio 1955, in costume natalizio, un’altra fotografa ha accoppiato il proprio nome a Betty Page. Ex modella, a quel tempo, Bunny Yeager era appena passata dall’altra parte della macchina fotografica, rimanendo legata alla raffigurazione di giovani e compiacenti donne di poco vestite. Il suo stile è sempre stato morbido e opposto alla ambigua morbosità delle sceneggiate di Paula Klaw, che si rivolgevano a un pubblico di altro stampo, lontano ed estraneo alle situazioni che Bunny Yeager creava nella solare Florida (e che corrispondono ad analoghe raffigurazioni di nudo degli anni Cinquanta e Sessanta che si sono espresse nell’altrettanto solare Los Angeles: un nome sopra tutti, per citare il fotografo Peter Gowland).

Ancora in tempi recenti, alla fine degli anni Novanta, Bunny Yeager, che è sempre vissuta e ha sempre lavorato a Miami, dove ha altresì presieduto anche l’associazione di categoria Fmpta (Florida Motion Picture & Television Association), ha testimoniato che Betty Page è stata la migliore modella con la quale abbia mai lavorato. Interpellata al proposito, ha dichiarato che «all’inizio della mia carriera, lavorare con Betty è stato molto positivo. Rispetto a una banale figura di ragazza carina, con lineamenti regolari, che si può trovare a ogni angolo di strada, Betty aveva un’espressione del viso unica: una luce che mancava alle altre modelle. Inoltre, Betty era molto scrupolosa, e provava i costumi di scena prima di ogni sessione fotografica».
Quindi, e ancora, tanti altri hanno fotografato Betty Page: perfino Weegee (Weegee - The Famous, diceva di se stesso)! E poi una miriade di non professionisti, per i quali Betty Page ha posato in sessioni fotografiche antesignane dei workshop di nudo dei nostri giorni attuali.
Ma!
Ma il mito e la leggenda di Betty Page dipendono poco, o nulla addirittura, da queste altre frequentazioni. Sì, le fotografie di Bunny Yeager, per dirne una, si impongono all’attenzione più e meglio di altre pose casuali, ma si iscrivono in altri fenomeni; le possiamo includere in altri contenitori genericamente maliziosi, forse persino erotici, adeguatamente stile anni Cinquanta e contorni. Mentre, il mito e la leggenda sono inviolabilmente legate e conseguenti alle fotografie di Paula (e Irving) Klaw! Affermazione perentoria.

Da qualche tempo, molti parlano di Betty Page. Fino a qualche stagione fa, era conosciuta soltanto presso una identificata cerchia di cultori. Il cambio di rotta è stato avviato per merito e a causa di un film di David Lynch, Lost Highway (in Italia, Strade perdute; nelle sale dal giugno 1998), nel quale la protagonista si ispira esplicitamente al modello esteriore di Betty Page. Comunque, oggigiorno, la fama acquisita è ormai tanto universale che per la sua scomparsa, l’11 dicembre 2008, si sono impegnate tutte le agenzie giornalistiche internazionali. In Italia, tutti i quotidiani e tutti i telegiornali e giornali radio ne hanno dato ampia notizia.
Però, da solo, il pur noto e apprezzato David Lynch, introverso regista alternativo, sempre osservato con attenzione dalla critica, avrebbe potuto fare poco se il suo film non fosse arrivato alla distribuzione statunitense in coincidenza di date con la pubblicazione di una attesa biografia: Bettie Page. The Life of a Pin-Up Legend, redatta a quattro mani dalla scrittrice Karen Essex e dall’avvocato di famiglia James L. Swanson (General Publishing Group; Los Angeles, 1996). Così che, registriamolo subito, Betty Page è immediatamente passata dalla clandestinità (che ha alimentato la leggenda) alla notorietà ufficiale. Tanto che, in quei giorni di quindici anni fa, circa, in Italia fu trasmesso un efficace servizio televisivo (all’interno del programma Target, di Canale 5, domenica 20 aprile 1997) e pubblicato un esaustivo approfondimento giornalistico sul supplemento femminile di La Repubblica (La Repubblica delle Donne, numero 54, del 10 giugno 1997).

Nata il 22 aprile 1923, come appena rivelato, Bettie Mae Page è mancata l’11 dicembre 2008, a ottantacinque anni. Autoesiliatasi, dopo le stagioni di palcoscenico fotografico è vissuta in California e si è completamente estraniata dal proprio mito, che è nato sostanzialmente per caso e che si è alimentato soprattutto alla fonte del mistero della sua scomparsa, ormai ufficialmente sciolto e svelato nella biografia appena citata. In precedenza, l’ipotesi più diffusa si rifaceva alla decisa attività della commissione antipornografia guidata dal senatore Estes Kefauver, che aveva puntato la propria attenzione sugli studi newyorkesi che negli anni Cinquanta proponevano bizzarre interpretazioni dell’erotismo visivo.
Nella biografia, Betty Page racconta che la sera di San Silvestro del 1957 una serie di coincidenze le procurarono una crisi mistica, per la quale abbandonò la ribalta fotografica nella quale si era definitivamente affrancata. Tagliati i ponti con il proprio più recente passato, sparita dalla scena dalla sera alla mattina, ha vissuto un’esistenza sobria e tranquilla, lontana dai clamori che nel frattempo erano sorti attorno la sua personalità.
Ora, corre l’obbligo precisare la cronologia ufficiale del mito.
Ovviamente, come molte coetanee, anche Betty Page, o Bettie, ha cominciato tentando la strada del cinema, nel quale non è riuscita a entrare per colpa di un accento troppo marcato. Dalla natia Nashville, nel Tennessee, celebre per la musica country e rock & roll, si trasferì a New York, dove intraprese presto la carriera di modella. Non era bellissima, non era travolgente, ed era anche oggettivamente bassa con fianchi larghi (le fotografie meno riuscite dell’epoca denunciano e rivelano tutte queste imperfezioni), ma sapeva posare, era allegra e trasmetteva una leale e trasparente carica erotica, addirittura unica. Assieme a molte colleghe più appariscenti di lei, alle quali la Storia non ha però assegnato alcun ruolo (e dal mucchio oggi possiamo salvare soltanto i nomi di Lily St. Cyr, Blaze Starr e Tempest Storm, con lei nella scuderia di Irving e Paula Klaw), Betty posava sia nei Camera Club, circoli per fotografi non professionisti, sia nella sala di posa nella quale Irving e Paula Klaw producevano immagini maliziose e scabrose, commercializzate attraverso circuiti di vendita per corrispondenza sostanzialmente furtivi, occulti, sul filo della legalità.
Ai tempi malvisto dalla cultura puritana anglosassone, tanto da essere perfino indagato dall’Fbi, che lo accusò di traviare la gioventù (e più precisamente di favorire, con le sue immagini, la vendita di giubbotti in pelle e coltelli a serramanico), oggi Irving Klaw è considerato un maestro e un caposcuola. Però, come rivelato, era la sorella Paula che fotografava: dunque è a lei che vanno attribuiti tutti gli eventuali meriti.

Attenzione: non si tratta di fotografia raffinata e ben composta, come quella della moda e di altre applicazioni professionali in sala di posa. La tecnica fotografica di Paula Klaw era primitiva e semplificata -un colpo di flash e via-, lo studio era indigente e rimediato -un tavolinetto, una tenda, un divanetto e niente più-, la sua fantasia era misera; nonostante questo, e nonostante la limitatezza delle sue idee, ha preso forma una miscela esplosiva, che ha proiettato le proprie influenze avanti nei decenni. A conti fatti, la fotografia di Paula Klaw ha ispirato una genìa di interpreti dell’erotismo moderno: dalla fotografia di genere alla fotografia di moda (Horst P. Horst, Paul Outerbridge, Erwin Blumenfeld, Helmut Newton), al fumetto, all’illustrazione, al cinema.

Merito di tutto è proprio Betty Page, che ha interpretato talmente bene le modeste sceneggiature (sceneggiate?) di Paula Klaw da far precipitare in secondo piano tutta la povertà della sua fotografia. Ragazza solare (della porta accanto?), davanti all’obiettivo Betty Page si trasformava in seducente maliarda che indossava con disinvoltura audaci guêpière e improbabili guarnizioni in pelle. Sia presentandosi per se stessa, in biancheria intima che oggi possiamo definire abbondante (nelle dimensioni), sia interpretando le più acrobatiche situazioni bondage (sottomissione oggettivamente casereccia, fatta di fibbie, lacci e brividi assolutamente improbabili), Betty Page domina la scena e l’inquadratura. Il suo è stato un successo travolgente, estesosi su sette anni, dal 1950 al dicembre 1957, che raggiunse il proprio apogeo nel gennaio 1955 grazie al già citato paginone centrale di Playboy, realizzato da Bunny Yeager.
Comunque sia, è doveroso inquadrare la dimensione moderna e attuale del fenomeno Betty Page all’interno del contesto sociale che a mio modo di vedere l’ha favorito. Per questo scarto un poco a lato, rilevando che l’interesse odierno per Betty Page non va considerato solo per se stesso e basta, ma va anche inquadrato nella più ampia rivalutazione -prima statunitense e poi planetaria (del mondo occidentale)- degli anni Cinquanta. Ovverosia di un’epoca nella quale ciò che Betty Page ha rappresentato (lo scandalo e la licenziosità) ha fatto parte di un più generale clima di speranze e allegria. All’indomani del buio di un devastante conflitto mondiale, il dopoguerra portò con sé uno stile di vita e una narrativa positivi. Lo stato d’animo era ottimista; le automobili, i primi elettrodomestici per la casa e perfino le persone erano splendide e brillanti. Dopo la depressione della guerra, sia negli Stati Uniti, sia nel resto del mondo, la visione di una esistenza solida e tranquilla si concretizzò nelle menti di tutti: ogni ipotesi e ogni conclusione parevano felici. Ufficialmente, non c’erano problemi.

E quelli che anche c’erano, ce li siamo ormai dimenticati. Nel momento in cui abbiamo assegnato agli anni Cinquanta l’aggettivo di “favolosi”, abbiamo altresì filtrato lo sguardo con lenti colorate in ammorbidenti toni rosa. Ecco perché nel corso dei decenni la solare allegria di Betty Page -il cui fisico era inferiore a quello di molte sue colleghe dell’epoca, l’ho già sottolineato- ha finito per prevalere su tutto e per imporsi come specchio dei tempi, come specchio di quei tempi, così come ci ostiniamo a considerarli oggi.
Dall’introduzione a Betty Page Confidential, monografia illustrata pubblicata nel 1994 da St. Martin’s Press, New York, Buck Henry ricorda: «La prima volta che la vidi, fu alla metà degli anni Cinquanta. Stavo in piedi fuori del palazzo della 14th street sulla cui facciata era dipinta la gigantesca scritta “Irving Klaw Pinup Photos”. Una porta si aprì, e lei uscì sulla strada. Uomini e donne si voltavano per guardarla, per guardare la nera, nera, nera frangia dei capelli proprio sulla fronte. E, naturalmente, il sorriso. Era il sorriso che ti spezzava il cuore».

Maurizio Rebuzzini

 
 

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