Il favoloso mondo di Amélie  

Il favoloso mondo di Amélie

 
 

Regia di Jean-Pierre Jeunet

 
 

Cast: Audrey Tautou e Mathieu Kassovitz

 
 

Titolo originale: Le fabuleux destin d'Amélie Poulain

 
 

Francia e Germania; 2001

 
 
     
   
 

Il favoloso mondo di Amélie

 
 

Per molti motivi, Il favoloso mondo di Amélie è un film emblematico, che ha edificato la propria sceneggiatura su solidi riferimenti e richiami fotografici. Di più: usa l’elemento fotografico come substrato poetico per raccontare la Vita. Il film celebra una delicata storia d’amore, con la fotografia sullo sfondo. Ma l’occasione vera del racconto è quella di parlare di sogni.
Con chiari riferimenti alla psicoanalisi, trattati con sottile e divertente ironia, presenta il complesso argomento della psicologia infantile, ricca di sogni, potenzialità, rivelazioni, ma, ahimè, troppe volte offesa, non capìta, troppo ingombrante, capace di far tremare di paura.

Ecco questo angelo un po’ strambo, nelle vesti di una graziosa fanciulla poco più che ventenne (Amélie Poulain, magistralmente e magicamente interpretata dalla giovane Audrey Tautou), dall’infanzia non capìta, non vissuta, vessata, durante la quale amava fotografare con una Kodak Instamatic le nuvole raffiguranti evidentissime forme di animali, visione inaccessibile agli adulti. È rimasta fanciulla nell’anima. Ha i sogni ancora intatti. Anzi, vive la vita come un perenne sogno.

Amélie è destinata a essere un po’ sola. Fino a che incontra una persona come lei: ed è folgorazione. È qui che fa il proprio ingresso la fotografia, come gioco portante della struttura del film: un album di fotografie composto con le immagini di sconosciuti, scartate dalle cabine per fototessere automatiche nelle stazioni della metropolitana parigina, raccolte con paziente dedizione da un misterioso personaggio (interpretato da Mathieu Kassovitz, regista che ama anche recitare).

Amélie lo osserva mentre traffica sotto una di queste cabine, nell’intento di recuperare le fotografie scartate. Quando i loro sguardi si incrociano, il suo cuore comincia a battere: è folle come lei. Lo insegue quando lui, mosso da un improvviso motivo, corre all’inseguimento di qualcuno (che si incontrerà ancora e ritroverà in tutto il film), e raccoglie il famoso album, che il ragazzo smarrisce senza accorgersene nella fretta della corsa. «Quel che si dice un album di famiglia», esclama Amélie mentre lo sfoglia e lo tiene tra le mani, come si terrebbe un tesoro prezioso. E la trama prosegue, fino a concludersi in rosa.

Non a caso il filo conduttore della trama narrativa è la fotografia (tra la quale fa capolino anche la polaroid: da scoprire, ognuno per sé), capace di essere realtà pur non essendola, pur essendo la propria rappresentazione. Non raffigurazione, proprio rappresentazione. E la differenza è sostanziale.

 
 

Maurizio Rebuzzini