I ponti di Madison County  

I ponti di Madison County

 
 

Regia di Clint Eastwood

 
 

Cast: Clint Eastwood e Meryl Streep

 
 

Titolo originale: The Bridges of Madison County

 
 

Stati Uniti; 1995

 
 
     
   
 

I ponti di Madison County

 
 

Nella trasposizione cinematografica dal romanzo best seller di Robert James Waller, del quale ha conservato il titolo, I ponti di Madison County, regista e interprete, Clint Eastwood è Robert Kincaid, un ipotizzato fotografo del National Geographic Magazine che durante un reportage incontra una donna sposata (Francesca Johnson, interpretata da Meryl Streep). Si amano intensamente, ma poi non hanno la forza di restare assieme. Ognuno torna alla propria vita, che non sarà più quella di prima, con nel cuore la sequenza di quattro giorni che hanno indelebilmente segnato le rispettive esistenze.

In rispetto al romanzo, sullo schermo, Robert Kincaid è alto, atletico, affascinante. Guida un pickup Chevrolet, suona la chitarra, è vegetariano e fuma Camel. Incarna il perfetto stereotipo del fotoreporter. Ma, nella pur accurata trasposizione cinematografica, sarebbe risultato così lontano dalla realtà che il prestigioso e ultracentenario mensile statunitense di riferimento e richiamo ne ha preso le distanze. Addirittura, in un articolo dell’agosto 1995, ai tempi dell’uscita del film nelle sale cinematografiche statunitensi, National Geographic si è sentita in diritto e dovere di raccontare la vera vita dei propri fotografi, presentandola attraverso loro stesse testimonianze dirette.

Mentre registro la posizione di National Geographic, rilevo comunque che per I ponti di Madison County la fotografia -pur elemento forte e dominante- rappresenta soltanto un pretesto per giustificare l’incontro tra due esistenze. Il soggetto della vicenda è l’amore, con tutte le sue implicazioni controverse. Quello che è stato definito un fenomeno della letteratura statunitense contemporanea è un grande romanzo di sentimenti, ai quali l’ipotesi fotografica (Nikon F, Gitzo, Kodachrome e affini) fa da semplice corollario, o quantomeno da commovente e appassionante collante. A parte veniali inesattezze di traduzione, la narrazione è comunque fotograficamente adeguata: le sessioni di ripresa sfruttano la luce dell’alba e del tramonto; Robert Kincaid è uno scrupoloso professionista, che ogni sera ripulisce la propria attrezzatura; e poi si parla anche di quel bagliore di luce che immediatamente dopo il tramonto, e prima del buio, illumina il cielo con una incantevole brillantezza. Il resto è romanzo e cinema, magari è anche melodramma; e non potrebbe, né dovrebbe, essere altrimenti.

 
 

Maurizio Rebuzzini